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Marocco. Berberi ed arabi tra passato e presente

di Michele Lipori e Luigi Sandri

Dalla rivista Confronti, su gentile concessione della testata.

 

Un paese con una storia antica dove si mescolano popolazioni di origine diversa, massicciamente musulmano, ma con importanti presenze ebraiche e cristiane. Il rapporto tra teocrazia e democrazia. Il crescente sviluppo economico e il permanere di contraddizioni sociali. L’impegno per la crescita di un islam moderato.

La geografia stessa aiuta a comprendere la particolarità del Marocco: il paese, infatti, è la parte più occidentale – il Maghreb, appunto – di quella islam belt, la cintura dell’islam che, partendo dalle rive dell’Atlantico, stringe l’Africa del nord, il Medio Oriente e, attraversati l’Afghanistan e il Pakistan, raggiunge l’India, il Bangladesh, la Malesia, l’Indonesia e infine le Filippine meridionali e il Pacifico. Ma non è solo la collocazione geografica a caratterizzare il Marocco.

Berberi e arabi. Teocrazia e democrazia

Pochi ricordano che anche la parte settentrionale dell’attuale Marocco fece parte dell’impero romano, come testimoniano ancor oggi rovine di palazzi e templi: ma, se Roma comandava, la gente autoctona era soprattutto berbera, una popolazione che allora abitava gran parte del Nordafrica, ed era dominata da vari re. Alcuni di essi diedero filo da torcere ai dominatori stranieri che – per quanto riguarda il Marocco – comunque non osarono mai addentrarsi nelle valli della catena dell’Atlante. Arrivarono, poi, i bizantini e, una settantina d’anni dopo la morte di Mohammed (632 dell’era cristiana), gli arabi, e anche gli autoctoni si fecero musulmani: dall’ottavo secolo e per quasi un millennio sarà un alternarsi, nel paese, di dinastie arabe e berbere. E, ovviamente, fu dall’attuale Marocco che nel 711 arabi e berberi arrivarono in Spagna, occuparono gran parte del paese e, infine, a poco a poco respinti dalla vittoriosa reconquista ispanica, nel 1492 persero anche Granada, l’ultimo loro bastione nella penisola iberica. Poco più di un secolo dopo, nel Marocco prese il potere la dinastia alawita (da non confondere con gli alawiti della Siria!) che regna tuttora. Ma dal 1912 il paese divenne protettorato francese, fino al 1956, quando ottenne l’indipendenza.

Dal punto di vista costituzionale, il sovrano (Mohammed VI, dal 1999), oltre che massima autorità politica, è anche la «guida dei credenti», cioè dei musulmani del Marocco, perché si vanta di discendere dal Profeta Mohammed. Secondo la Costituzione riveduta, approvata con un referendum nel 2011, «il re nomina un primo ministro, espressione del partito di maggioranza, ma mantiene di fatto uno stretto controllo sull’esecutivo, creando un conflitto di competenze che rallenta l’attività politica» (Calendario Atlante De Agostini 2015). Le ultime elezioni politiche, del 2011, hanno portato in Parlamento deputati di una decina di partiti, il primo dei quali è il Pjd, il Partito della giustizia e dello sviluppo, islamista moderato (ramo marocchino del movimento dei Fratelli musulmani), che ha dunque espresso il premier, Abdelilah Benkirane. Pur in parte diverse per programmi, tutte le formazioni politiche debbono assolutamente rispettare la dinastia al potere: non sarebbe ammesso un movimento anti-monarchico.

Il fatto che nella persona del re si fondano due autorità supreme, quella politica di una monarchia costituzionale e quella religiosa sulla comunità musulmana, costituisce un singolare mescolamento di democrazia e teocrazia. Tuttavia, l’islam magrebino è sunnita, e non sciita. Non viene accettato che un musulmano cambi religione. Da parte loro, i non musulmani sono rispettati, e possono seguire liberamente la loro religione, purché – beninteso – non facciano proselitismo. Ai non musulmani, poi, è vietato entrare nelle moschee (proibizione che non esiste in molti altri paesi a maggioranza musulmana), salvo che nella stupefacente – per ardimento architettonico e ricchezza di ornamenti – moschea di Casablanca voluta da Hassan II ed inaugurata nel 1993. La pacifica convivenza tra etnie e religioni diverse, in un paese pur massicciamente musulmano, è un punto fermo per il regime marocchino: questo il leit-motiv ripetutoci continuamente, e confermatoci da esponenti delle confessioni minoritarie. Proprio mentre eravamo a Rabat, sui giornali campeggiava la foto di Mohammed VI, accompagnato dalla sua signora e dal figlio, che ad Ankara rende una visita, privata, al presidente Recep Tayyip Erdogan, anch’egli accompagnato dalla moglie. Ebbene, la first lady turca porta il velo; la regina del Marocco, invece, è vestita come una regnante occidentale, e senza velo. Abbigliamento a parte, molti osservatori ritengono che la moglie del sovrano eserciti su di lui un benefico influsso per favorire riforme «liberal», come è accaduto riguardo ai diritti delle donne.

«Dio, patria, re»: il motto del Marocco lo si vede campeggiare, a caratteri grandissimi, anche sui costoni di alcune montagne del Medio e Alto Atlante che abbiamo attraversato, rimanendo impressionati dalla bellezza di cime innevate, valli verdissime e fertili coltivazioni (meravigliose le distese di ulivi!). In effetti, le «primavere arabe» non hanno coinvolto il Marocco: come mai? A questa nostra domanda, diversi interlocutori ci hanno risposto che molte delle riforme chieste dai dimostranti in altri paesi arabi, nel Maghreb sono già realtà: «Perché protestare, dunque?».

D’altronde, a difesa del «caso Marocco» le autorità di Rabat hanno dalla loro dati del tutto assenti in altri paesi arabi non «petroliferi»: una stabile crescita economica, attualmente di circa il 4% annuo; scuola e sanità gratuite; facilitazioni per l’artigianato che, altrimenti, rischierebbe di scomparire; normative che favoriscono gli investimenti esteri. A ciò ora si aggiunge una circostanza favorevolissima, per un paese non petrolifero: il dimezzamento del costo dell’oil (importato dall’Arabia Saudita) e del gas (algerino). Il Marocco è il primo paese africano per esportazioni verso la Russia, soprattutto frutta e ortaggi; prodotti che, date le sanzioni dell’Ue contro Mosca, dall’Europa adesso a Mosca non arrivano. Nelle città marocchine si vede, in alcuni quartieri, un tenore elevato di vita; ma non mancano zone povere, o addirittura poverissime; e per la gente che vive sui villaggi sparsi sull’Atlante è assai problematica l’assistenza sanitaria.

In politica estera, pur facendo parte della Lega araba, il Marocco ha un atteggiamento relativamente moderato verso Israele (vari leader di questo paese si sono recati a Rabat); e ci tiene ad avere rapporti amichevoli con gli Stati Uniti d’America e con l’Unione europea; e accoglie volentieri gli investimenti cinesi.

Leggendo Le Matin, un giornale, in francese, edito a Rabat, abbiamo notato un particolare, curioso e significativo insieme: mettendo le date del giorno, oltre a quella occidentale, 30 dicembre 2014, riporta – e questo è naturale – anche la data legata al calendario musulmano, ossia 7 Rabii (mese) 1436; ma, e questo non è scontato, anche la data ebraica, 8 Tevet 5775, e perfino quella dei berberi, che hanno un loro particolare computo del tempo: 2964. Di quest’ultima leggiamo l’anno, ma non il mese, scritto in tifinagh, l’alfabeto berbero, per noi indecifrabile. Oggi in Marocco circa il 45% della popolazione è berbera, altrettanto quella araba, poi ci sono altre minoranze; la lingua che domina è l’arabo, e in berbero, che ha diverse ramificazioni dialettali, non esistono giornali. Le due etnie – mescolate tra loro nelle città, mentre sui monti la gente dei villaggi è solo berbera – vivono in pacifica convivenza: e questo è un buon viatico per il futuro. Perché sfide difficili e situazioni geopolitiche complesse non mancano, al e in Marocco; ma grande è anche la saggezza del suo popolo che, speriamo, comunque prevarrà.

(pubblicato su Confronti di febbraio 2015)

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Glossario

Berberi: termine usato dai greci e dai romani per indicare le popolazioni estranee alla loro civiltà; il popolo berbero era fondato su principi sostanzialmente egualitari, in parte anche di matrice cristiana.